Un fabbro a teatro

Evidentemente il viaggio non è il mio forte, non mi sposto quasi mai, anche perché i miei interessi sono molto limitati, mi sentirei ridicolo a visitare un’importante città e magari qualche suo museo dato le poche cose che conosco.

Ogni tanto però mi capita di fare dei viaggi in città lontane e importanti, non nascondo l’eccitazione della partenza seguita dalla curiosità di vedere terre nuove e riflettere su quanto grande sia il mondo.

Ultimamente sono stato in una delle più grandi città che abbia mai visitato, Pordenone, e ci sono andato per andare a teatro; capisco la perplessità di chi mi conosce, che ci fa un tipo come il sottoscritto a teatro?

Da sempre reputo questo luogo come un ambiente strano quasi metafisico dove si riuniscono persone ricche colte e ben vestite per assistere a eventi noiosi ma indispensabili per inserirli negli impegni di società.

I requisiti che servono sono tutti a distanza abissale dalle mie capacità, possibilità e rozzezza, per di più nulla hanno a che fare con i miei grevi e banali interessi.

Per riuscire a capire il motivo di questo mio viaggio a Pordenone devo fare un salto indietro nel tempo, i motivi affondano le radici a un paio di vite fa.

All’epoca abitavo ancora a Cercivento ed era poco che conoscevo Alessandra la quale a sorpresa un giorno mi fece una domanda a prima vista innocua: “Ti piace la musica?” “certo che mi piace” “che musica conosci” “bhe…tutta” “bene” 

A posteriori questa risposta mi procurò molti grattacapi. 

L’affermazione all’epoca non era sbagliata, perlomeno io ero convinto di ciò che dicevo, infatti fin da bambino avevo sentito suonare la fisarmonica da Venazio il basso da Tito, da adolescente sentivo trascinare penosamente nei mangiacassette le canzoni di Battisti e mi era chiara la differenza tra musica leggera e musica classica.

La musica leggera, brillante e intonata la facevano in Chiesa i cantors, la musica seria, anzi preoccupante si sentiva dopo una certa ora per le osterie.

Nonostante queste conoscenze Alessandra non si impressionò e precisò che Le piaceva la musica di Springsteen e quella di Madonna, ma soprattutto quella scritta da Verdini e Rossi o Verdi e Rossini non ricordo bene, insomma non capivo il motivo sul perché mentre io parlavo di musica lei divagasse su emeriti sconosciuti, gente assunta in cielo con la raccomandazione del figlio del padrone, e di sfumature cromatiche.

Fu così che spintaneamente iniziai ad imparare qualcosa di musica, non che abbia imparato molto ma almeno so che il genere è un tantino più vasto di quel che pensavo.

La prima cosa che mi insegnò fu sul come tenere la bocca mentre ascoltavo musica, mi disse di ispirarmi rigorosamente al famoso coro della Butterfly. (il coro a bocca chiusa) Passò poi a spiegarmi che cos’era un’opera e per prima cosa mi fece leggere dei libretti, praticamente la trama, poi mi spiegò che tutto quello che leggevo veniva cantato e in più c’era un’orchestra che suonando accompagnava i cantanti i quali cantavano su un palco travestiti da personaggi d’epoca davanti a una scenografia che dava l’illusione che l’azione si svolgesse nell’ambiente tracciato sul libretto.

Con solennità mi informò che solitamente tutte queste cose insieme si rappresentano in un luogo chiamato teatro.

Purtroppo dopo profonde spiegazioni la prima perplessità che ebbi era già sui titoli.Faccio un esempio: se un melomane vi invita al -matrimonio in villa – non intende portarvi a vedere un luogo delizioso dove due fanno una stupidaggine e poi si pranza tutti insieme, e se parla della – figlia del reggimento- non intende fare dei pettegolezzi su una fanciulla dall’incerta paternità e se vuole andare ai Vesperi Siciliani non intende entrare in Chiesa per ascoltare i cantoors esibirsi in dialetto catanese.

Rimasi sconcertato anche dalla lunghezza dei libretti pensai “ se cantano tutta questa roba si fa notte” ero ingenuamente ottimista, non solo i libretti li cantano integralmente ma spesso le frasi vengono ripetute due, tre, quattro e anche cinque volte.

Successivamente mi concentrai sulle storie che vengono cantate, in queste avventure quando va di lusso muoiono solo i protagonisti.

Se una persona normale è giù di corda e per sua sfortuna si trova ad assistere a una vicenda del genere, l’unica soluzione logica, pratica e veloce è il suicidio.

Di contro se si sopravvive a un paio di queste vicissitudini uno è temprato per il resto della sua vita.

Nel Trovatore Verdi ha concluso l’opera dopo una strage, avendo esaurito i cantanti e non potendo far morire l’orchestra o il pubblico.

Le storie d’amore finiscono tutte in un unico modo Aida e Radames ogni volta muoiono, Batterfly fa sempre hrakiri, Riccardo schiatta sempre pugnalato, Tosca con un tatto da elefante fa morire il suo moroso, poi fa un salto senza paracadute per vedere l’effetto che fa, allarmanti sono i rapporti tra coniugi, Otello ogni volta soffoca sua moglie e poi pensa bene di non aspettare la pensione, per non parlare come si comportano tra parenti stretti, Leonora viene sempre uccisa da suo fratello, Rigoletto continua ad ammazzare sua figlia, pessimi sono anche i rapporti con i parenti alla lontana, vedi compare Turiddu.

Le storie che rappresentano non cambiano mai, insomma vedere queste storie a teatro è un po’ come vedere un film porno, non ci si può meravigliare affermando “non mi aspettavo che finisse così!”

Dopo lo scetticismo sui libretti colpevoli di presentare storie inverosimili, mi concentrai per comprendere i cantanti, ma dopo aver visto obese Violette e rubiconde Mimì, morire consumate dalla tisi, visto attempati Cavaradossi vecchi Nemorini, allestimenti di Boheme al caldo torrido di Luglio con i cantanti che si sciolgono nel loro sudore mentre cercano di farci credere che stanno morendo dal freddo, ne sono uscito demoralizzato, è evidente che se le storie sono improbabili per capire i personaggi bisogna essere dotati di enorme fantasia e forse non basta.

Come se tutto questo non fosse sufficiente a complottare contro l’aulica comprensione della storia ci si mettono pure gli scenografi, in verità la maggior parte delle opere cui ho assistito avevano allestimenti decorosi qualcuna persino belli, ma riuscire a immedesimarmi in una Turandot che canta sotto un groviglio di tubi innocenti montati da una squadra di carpentieri ubriachi al ritorno di una vacanza in Giamajca è molto difficile.

La scenografia dei teli bianchi la allestiscono circa in un’opera su cinque, sono giunto alla conclusione che si tratta di una resa per manifesta incapacità del regista e dello scenografo, in questi casi sulla scena sventola bandiera bianca.

Poi bisogna ricordare certi strampalati allestimenti In una Boheme a Pordenone il palcoscenico era pieno di poster con il Che Guevara che dominava ogni sfondo e dove non c’era il Che c’era la falce e il martello. 

Non è che non capivo quello che intendeva trasmettere il regista, ma semplicemente lo trasmetteva male, neanche l’immaginazione più sfrenata riusciva a mantenere seria una persona normale.

Per completare il quadro di un’opera bisogna dire due parole sull’orchestra, unica parte che per il sottoscritto è al di sopra di ogni sospetto.

Io non avendo orecchio non posso certo far delle critiche, ma ricordo un direttore che sul palco faceva certi salti che definirli mortali è solo una vaga approssimazzione, inoltre mi è capitato, per l’esattezza al teatro Garzoni di Tricesimo, di vedere una Traviata suonata per intero da un solo pianista, la sala era piena, ma in tre atti nessuno si è alzato a giragli una pagina dello spartito, probabilmente speravano che si stufasse.

Quando gli orchestrali sono soli e non hanno scene e cantanti, tengono su il morale suonando di preferenza le messe di Requiem, e non sono faccende allegre, quando danno un colpo di vita spensierata come il 26 luglio a Tolmezzo fanno una passione secondo Matteo.

La gente che frequenta i teatri solitamente non è particolarmente rissosa e i controlli all’ingresso sono molto superficiali, la perquisizione prima dell’entrata spesso si limita a qualche occhiataccia, persino io che suscito diverse perplessità, tanto che gli addetti alle poltrone sovente mi portano nel magazzino delle scope scambiandomi per un addetto alle pulizie, a volte mi lasciano entrare in sala.

La tolleranza è grande al punto che un giorno, era il compleanno di Alessandra riuscii ad introdurre in arena una bottiglia di dom perignon ghiaccio incluso, con allegati due calici di vetro occultati in una scatola sulla quale avevo incollato la prima pagina del programma, Aida, mentre l’opera rappresentata era la Cavalleria Rusticana, in compenso abbiamo brindato con il fresco frizzantino francese davanti agli occhi di qualche migliaio di melomani tedeschi intenti a bere analcolici tiepidi in bicchieri di plastica.

Quanto alla noia dei teatri in parte ho dovuto ricredermi, soprattutto da quando un Figaro ha cercato di farmi la pelle in sella a un mostruoso triciclo la prima volta che mi trovavo in platea all’arena di Verona, Lo spettacolo della fuga dell’orchestra da solo vale l’intero il costo del biglietto, ricordo un Don Carlos in arena che mentre pisolavo cercando di non darlo a vedere, un fragore fuori spartito invase il teatro, così assistetti allo spettacolo dell’orchestra in fuga, non riesco ancora a capire il perché ero l’unico che applaudiva con enfasi mentre iniziava a piovere.

Mi sono divertito anche quando una nave egiziana si è schiantata sulla scenografia di una Aida il rumore di legni spezzati durò diversi minuti e l’orchestra non riusciva a coprire le tremende bestemmie degli addetti.

Devo comunque affermare che spesso valeva la pena esserci, Ho stretto la mano a Bruson dopo una magnifica serie di arie, ho visto debuttare in arena Maria Chiara, ho assistito a una Norma dove il tenore Sebastian da solo cantava più forte dell’intera compagnia coro compreso.

Anch’io applaudivo dopo un “di Provenza il mare e il suol” bloccando il Germont di turno per venti minuti a scena aperta con una delirante ovazione, Ho sentito una Regina della notte fare degli acuti così alti che solo i delfini e qualche cane li poterono apprezzare appieno.

Al ristorante prima di un’opera, ero io il commensale di Alessandra, mentre Lei mi spiegava il dramma, nei tavoli attorno si era fatto silenzio e alla fine del commento ci fu un applauso e tre o quattro persone si alzarono e vennero a complimentarsi con mia moglie.

C’ero quando una Amneris saltava e scendeva da cavallo di corsa senza perdere mai una nota.

Veramente c’ero anche quando in un Nabucco un cavallo dimostrava la sua scarsa propensione all’opera concimando il proscenio con totale indifferenza del dramma che si svolgeva.

Sublime è stato l’incontro con Dulcamara, a una persona normale può capitare di incontrare per strada qualche artista dell’opera, al sottoscritto è capitato di conoscere per strada direttamente il personaggio.

Il surreale incontro è avvenuto a Udine, in piazza Duomo allestiscono qualche rappresentazione, quella sera era piovuto all’ultimo momento e c’era incertezza sul da farsi, si fece incontro un personaggio con i vestiti di scena e attaccò discorso con noi, prima di farlo proseguire gli chiesi: “Lei chi è?” con voce da basso rispose:

“ Io già suppongo e immagino
che al par di me sappiate
ch’io sono quel gran medico,
dottore enciclopedico
chiamato Dulcamara,”

Lo abbracciai.

La cavatina che canta nell’Elisir d’Amore è il brano più simpatico di tutta la storia dell’opera, qui sulla terra, nell’universo e e e e ……..in altri siti.

Il giorno seguente cantò e dopo suggellammo l’incontro con un paio di bottiglie che mi ero portato da casa.

Dulcamara è con noi, gira il mondo in incognito con il nome di Roberto Bortoluzzi di professione basso.

Quindi prima di affrontare il viaggio verso Pordenone avevo alle spalle un discreto repertorio di opere viste personaggi conosciuti e soprattutto qualche esperienza precedente nel teatro di quella città.

La prima volta che andammo in quel teatro non avevamo i biglietti quindi ci presentammo appena aperta la biglietteria.

Riporto il colloquio con l’impiegata:  ci sono ancora dei biglietti?” “ sono rimasti solo due posti in terza galleria” “va bene “ “devo però avvertirvi che da quei posti non si vede il palco”.

Alessandra mi guardò con espressione interrogativa “comprali subito, non ci capiterà mai più nella vita di entrare in un teatro che ha dei posti da dove non si veda la scena, voglio proprio vedere questa geniale soluzione trovata da qualche architetto in vena di spiritosaggini”.

Il teatro all’esterno è bello e la scultura interna che nella tromba delle scale si innalza per quattro piani è molto scenografica.

Le poltrone sono perfette, per un bambino di sei anni, tutti coloro che sono alti più di un metro hanno qualche difficoltà nel piegare le gambe e così la prima volta mi sedetti sulle scale, unico posto da dove si poteva intuire dov’era la scena.

Non solo le gambe vengono coinvolte quando si va a teatro, ad esempio, dopo essersi ustionato sulle micidiali pietre dell’arena, con struggente commozione e imperituro ringraziamento il mio sedere serba memoria della poltrona che lo accolse per le ore del Tannhäuser, una delle più profonde dormite della mia vita.

Arrivati a Pordenone parcheggiammo per chiedere dove si trovasse il teatro, la prima persona interpellata ci rispose in croato poi un’altra ci intrattenne per mezzora in arabo, un’altra ancora in una lingua che era un incrocio tra l’Urdu e un antico dialetto dell’isola di Pasqua, sfiancati entrammo in un bar con l’intenzione di chiedere indicazioni al gestore, la cinese dietro al banco sorrideva a tempo pieno e dopo aver ripetuto per una decina di volte teatlo si era convinta di aver fornito l’indicazione corretta.

Uscito dal locale lo vidi arrivare con stile, il gioco di gambe perfetto nell’affrontare l’angolo del palazzo, la serpentina seguente per mettersi al centro del marciapiede fu stupenda, me lo trovai di fronte, finalmente un tipico estimatore di Dionisio del posto.

Mi scusi dove è il teatroAlzò il viso per guardarmi e vidi dallo sguardo che era in pace con l’intero universo:

“ Vedi quel bar sull’angolo vai fino li poi vai avanti fino alla trattoria al cacciatore, a quel punto gira verso l’enoteca Rossi…” andò avanti per un buon quarto d’ora indicandomi con dovizia di particolari ogni locale il tipo di bevande vendute e il carattere dell’oste, alla fine del percorso avremmo dovuto trovarci nel bar di fronte al politeama, fui molto dispiaciuto nel dover declinare il suo invito per festeggiare l’incontro, non avevo la più pallida idea di dove si trovasse il teatro, ma adesso conosco più di 50 bar a Pordenone.

Senza altre spiegazioni ci inoltrammo verso il centro, dopo essere passati quasi indenni davanti a un concerto Rok non saprei se pesante o leggero, ma i rumori assordanti avevano qualcosa di agghiacciante per caso ci trovammo di fronte al teatro di Pordenone che qualcuno con molta originalità ha chiamato Verdi.

La rappresentazione che siamo andati a vedere è l’Italiana in Algeri di Rossini le poltrone erano le stesse, la terza galleria anche, ma i posti sorprendentemente prevedevano che da li si potesse vedere il palco, solo un grosso tubo davanti agli occhi impediva la perfetta visuale non avendo altra funzione di costringere gli spettatori o a piegarsi sotto il tubo o ad arrampicarsi sopra, dettaglio superabile.
Iniziò la rappresentazione, la scena era dignitosa e i personaggi con costumi dell’epoca, fino a che non entra il tenore, che impersona Lindoro un italiano, il cantante era un negro pensai l’importante che canti bene, la piccola incongruità niente ha a che vedere con l’opera, anche se a onor del vero gli Otello si dipingono la faccia.

Poi entrò Isabella, il soprano e qui la seconda perplessità, era vestita con un completo sadomaso con tanto di frusta che agitava sconsideratamente sulle comparse.

Diciamo che il messaggio del regista non lo capivo del tutto, e lo capii ancora meno quando sulla scena Taddeo viene minacciato di essere impalato, lo scenografo aveva pensato bene di dipingere in rosso in cima al palo, una forma che è molto pericoloso descrivere, inoltre i figuranti che maneggiavano questo palo cercavano di spingerlo nelle parti nord di Taddeo, notai l’espressione alquanto preoccupata del povero baritono.

Per finire nel terzo atto il regista volle lanciare un ultimo profondo messaggio al pubblico, io non lo capii e lo guardai senza commenti, i quali piccati vennero dalla spettatrice seduta alla mia sinistra, sottigliezze e varie interpretazioni del messaggio.

Il regista aveva fatto scendere un schermo da cinema sulla scena e per dieci minuti ha proiettato immagini di donne nude.

Allestimenti del genere giovano molto alla lirica anche se non si capisce quello che vogliono trasmettere almeno ci si diverte.

In fondo qualcosa di questo genere musicale è rimasto, tanto che nel mio I-Pod su circa tremila brani musicali un buon venti per cento sono di musica classica….

“Muovitiiii.” 

“Uffa, arrivo abbiamo tutto il tempo”

È il 2 Luglio 2009 in piazza Duomo danno il Don Pasquale di Donizzetti voglio proprio vedere cosa hanno il coraggio di fare.

adriano@cortiula.it


 Adriano Cortiula, fabbro ferraio in Tricesimo