L’insegna del fabbro 

In qualità di fabbro è tutta la vita, che volente o nolente, ho a che fare con molti rappresentanti della razza umana. I primi che ho incontrato sono quelli che mi hanno incoraggiato ad intraprendere quest’ attività.

Ricordo, che chiesi a diverse persone di mia conoscenza un parere sulle possibilità che avevo di fare il fabbro.

Al di la delle entusiastiche parole, di esortazione di stimolo e di conforto, tutti, dopo aver valutato la mia domanda, mi risposero che mai e poi mai sarei stato in grado di fare il fabbro.

All’epoca pensavo che “mai” era un tempo maledettamente lungo, per imparare un mestiere.

Siccome non sapevo e non so con quante cavolo di “c”, “m” e “z”, si scrive la parola “raccomandazione” rinunciai a questi saggi consigli e invece di cambiare idea mi misi a lavorare il ferro, presi la cosa con una certa calma, soprattutto perché non avevo capito praticamente niente.

Ero completamente all’oscuro che in un paese quando s’inaugura un’officina di fabbro ferraio, sui vicini ha lo stesso effetto dell’apertura di un ospedale per malattie infettive o di una fabbrica per prodotti radioattivi, nonostante che la maggior parte di essi non sia assolutamente in grado di trovare il proprio sedere utilizzando entrambe le mani.

Fui accolto con il calore e la morbidezza degli aculei di un riccio incazzato.

Quelle che ho descritto sono solo alcune simpatiche e comunissime figure dotate di grande buon senso.

Ma disgraziatamente ci sono cose peggiori della morte.

 Se qualcuno ha passato mezzora a parlare con un burocrate sa esattamente di cosa parlo.

Una parete del mio laboratorio si affacciasulla strada e su quel muro avevo appeso un’insegna di ferro lavorato su cui pendeva una tabella con l’originale immagine di un’incudine e la fantasiosa scritta “fabbro”.

Emblema adatto ad allontanare i clienti più che ad attirarli, giacché la scritta traforata essendo bifacciale, da una parte risultava dritta e ovviamente dall’altra rovescia, indicando in modo inequivocabile le mie scarse attitudini al mestiere.

Insomma, la tipica insegna la cui rimozione merita un qualche riconoscimento civico.

Un giorno mentre ero impegnato alla forgia, entrò in officina un tipo, con l’aspetto e l’atteggiamento di quelli mai beccati a fare un lavoro realmente faticoso, il quale mi rivolse una domanda interessante:

“è sua l’insegna appesa fuori?”

Presi in seria considerazione la domanda e usci in strada a controllare, indicandola dissi

“ quella?” “sì, non c’è ne sono altre!”

Con il martello in una mano e un ferro ancora rosso nell’altra studiai a fondo la faccenda e conclusi che probabilmente era il marchio di una sarta di Gemona.  

La mia risposta non sembrò soddisfarlo, il personaggio si qualificò come impiegato di non so quale agenzia che riscuoteva le tasse sulla pubblicità fatta sulle strade.

Inoltre m’informò che l’insegna aveva il regolare permesso del comune e che fino a quel momento avevo pagato la tassa annuale all’agenzia.

Non avevo ancora iniziato a tirare un sospiro di sollievo, quando sentii contemporaneamente la mia spina dorsale trasformarsi in ghiaccio, e la mia mente concentrarsi sulla solida e mortale determinazione di trovarsi da un’altra parte…il tizio aveva pronunciato un “ma”.

“Ma” è una congiunzione, un sostantivo, un avverbio o un’interiezione relativamente innocua in bocca a una persona normale, ma… e ci risiamo, pronunciato da un qualsiasi tipo di burocrate, ha l’aspetto di una dichiarazione di guerra il cui dichiarante non intende fare prigionieri.

Il seguito di quel “Ma” Fu “ lei (un lei minuscolo l’ho capito dalla sua trasandatezza psicologica atta a provocare il massimo dell’offesa)

“fino ad ora ha pagato solo la parte destra dell’insegna.”

Alla mia assurda obiezione che pagavo quello che la stessa agenzia mi aveva chiesto, avendole sottoposto i disegni e i vari permessi, mi squadrò con disprezzo dall’alto in basso, issandosi su tutto il suo metro e sessanta di statura.

L’effetto che ebbe su di me non fu quello drammatico e terribile che era nelle sue intenzioni, il suo atteggiamento in quel frangente risultava ridicolo e spassoso, dato probabilmente dalla cromaticità del suo viso che stava assumendo man mano i colori del fuoco sulla forgia.

Da quel che capivo, ero un cittadino onesto per quelli che vedevano l’insegna arrivando da Colloredo mentre ero un evasore per quelli che arrivavano da Tricesimo, chiaro caso di sdoppiamento della personalità, una specie di Dott. Jekyll e mr. Hyde ai danni di una strana agenzia.

Il tizio proseguì dicendomi che questo fatto non aveva la minima importanza, in ogni caso io non avevo pagato.

Alla mia ulteriore affermazione, che per una congenita e criminale mancanza di fondi,

non posso pagare tutti coloro che non mi chiedono soldi”,

Ebbe su di lui lo stesso effetto sorpresa che si può avere alla vista di un marziano che gioca a briscola con un ippopotamo, lo vidi vacillare e per un momento temetti che svenisse, in realtà era conscio, ma sembrava molto infelice di esserlo.

Quando riprese l’uso della parola, mi disse che l’agenzia da lui rappresentata, con grande magnanimità rinunciava alle sanzioni e agli emolumenti non corrisposti, ma che da quel momento avrei dovuto pagare anche la parte sinistra dell’insegna.

Commosso da tanta generosità, gli chiesi quale sarebbe stata la nuova tariffa, sapendo che quando avevo appeso l’insegna pagavo cinquantamila lire l’anno e che nel giro di un triennio la quota era lievitata fino a centoventimila lire (La lira era il conio dell’epoca), il soggetto estrasse degli astrusi moduli e fece dei conti, alla fine mi comunicò che con poco meno di mezzo milione l’anno sarei stato a posto con le tasse dovute alla sua società.

Trattenni a stento la gioia e la consolazione di cavarmela senza andare in galera.

Nonostante la prodigalità dell’organismo, un infido pensiero di scarso buon senso, si diffondeva nella mia testa.

Rimuginavo che tutti i miei fornitori, anche i più strambi, in cambio di denaro mi danno qualcosa, poco, ma qualcosa mi procurano, in questo caso per quanto mi sforzassi, non riuscivo a comprendere cosa ricevevo in cambio di quella cifra, inoltre la somma da pagare mi pareva ingente per le mie non floride finanze.

Con totale incoscienza, più che sprezzo del pericolo, invece di stare zitto, gli posi la micidiale domanda:

“Perché devo pagare?”

In quel frangente il viso dell’individuo assunse tutti i colori dell’arcobaleno e anche qualcuno in più, mi guardò con la commiserazione che si guarda un ignorante poco dotato, iniziando a spiegarmi che con la pubblicità dell’insegna attiravo folle di clienti ansiose di farmi lavorare e quindi di ottenere lauti guadagni, poi continuò un lungo e dotto discorso pieno di parole importanti;

per legge, per dovere, per responsabilità, per impegno, per obbligo, per vincolo, ”

Insomma mi fece comprendere che solo grazie alla sua ditta potevo vivere.

Nell’esprimere la mia enorme riconoscenza, ringraziandolo per la stupenda spiegazione, gli feci osservare che l’insegna era sul posto da qualche anno e per mia colpevole distrazione non avevo mai notato solo due marginali e insignificanti particolari del suo discorso; le folle di clienti e i lauti guadagni.

Visibilmente seccato di aver a che fare con un rozzo e incolto fabbro, affermò che se volevo l’insegna dovevo pagare e basta, in caso contrario dovevo togliere i simboli che rappresentavano il mio mestiere.

Siccome il simbolo dell’incudine e la scritta “fabbro” erano sulla tabella, eliminandola sarebbe comunque rimasto tutto il braccio di sostegno grande quattro volte la tabella.

“Quindi”

Gli dissi, mentre con una mano pescavo un paio di tronchesi e contemporaneamente sistemavo una scala sul insegna.

“ se tolgo questa”

Tranciando di netto il sostegno della tabella.

“quanto andrei a pagare?” “beh… in questo caso niente”

Scesi dalla scala, entrai in officina e appesi la tabella a un chiodo libero sopra il banco di lavoro:

“se la sistemo qui, quanto mi costa?”

“ niente se la scritta si trova all’interno non ci sono tasse da pagare”.

“bene!!!”

Conclusi, afferrando soprappensiero con totale indifferenza una sbarra di ferro che ingenuamente stazionava da quelle parti.

L’individuo con grande intelligenza e perspicacia, intuì che la sbarra, destata dal suo torpore, avrebbe gradito ultimare la conversazione, la assecondò in silenzio con una certa rapidità, salendo in auto per poi dileguarsi superando di molto i limiti di velocità verso Ara grande.

Qualche anno dopo venni a sapere che l’agenzia, rappresentata da quel burocrate aveva chiuso i battenti, la cosa non mi meravigliò, nella mia povera testa pensai che lo strano tipo avesse semplicemente concluso il giro degli artigiani che sfruttavano un’insegna fuori dal proprio laboratorio.

È passato molto tempo da quell’episodio e ora potrei appendere di nuovo la tabella senza pagare niente, poiché il comune non chiede gabelle per insegne di dimensioni limitate.

Non lo faccio per due valide ragioni, la prima è per non ritrovarmi a discutere con un intelligente funzionario e la seconda per pura sensibilità, infatti quando ho staccato la tabella il drago che con il becco la sosteneva ha manifestato un grande sollievo per essere stato liberato da quel fardello.

La tabella si trova tuttora sopra il banco di lavoro e ogni qualvolta che ho una crisi esistenziale e non mi ricordo cosa sto facendo, alzo gli occhi leggo la scritta e perlomeno so chi sono.  

adriano@cortiula.it


 

 

 


 Adriano Cortiula, fabbro ferraio in Tricesimo